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Il posto del sacro nel pensiero psichiatrico: convegno dal successo internazionale

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Il posto del sacro nel pensiero psichiatrico è il titolo del convegno ospitato nella suggestiva biblioteca di San Domenico venerdì 10 maggio 2019 che ha portato all’attenzione di un pubblico portatore di molti saperi (psichiatri, psicologi, antropologi, filosofi, teologi e appassionati vari) un tema complesso e affascinante, che ha offerto molti spunti di riflessione sul mondo della cura e, in particolare, sul rapporto tra la salute mentale e l’esperienza del sacro.

Promosso dall’Ospedale Privato Accreditato psichiatrico “Ai Colli” e dal Consorzio Colibrì di Bologna, l’incontro ha visto l’intervento di psichiatri ed etnopsichiatri con la partecipazione straordinaria del ricercatore e studioso Simon Dein insieme al Dott. Claudio Widmann e Padre Giuseppe Barzaghi.

Ad aprire i lavori è stato il Direttore Sanitario Dott. Paolo Baroncini, coordinatore delle attività di formazione dell’Ospedale “Ai Colli”, tra le cinque strutture fondatrici nel 2009 del Consorzio Colibrì: «Il convegno si inserisce all’interno delle attività formative dell’Ospedale Villa ai Colli che consistono sia in supervisioni mensili di tipo psicoanalitico con il Dott. S. Bolognini, aperte anche ai colleghi del Dipartimento di Salute Mentale, sia in eventi con finalità didattiche.

La scelta del tema, il Sacro, deriva dagli stimoli e dalle riflessioni emerse durante il convegno del 2015 dal titolo “Religione e Salute Mentale” con il Professore Eric Jarvis della McGill University di Montreal, occasione in cui si era indagata la funzione della religione come fattore protettivo nei confronti di eventi traumatici. Il passo ulteriore è stato estendere il dibattito a discipline filosofiche e teologiche, alla psicologia analitica e alla psichiatria con lo scopo di intercettare interconnessioni e fornire uno stimolo alla ricerca interdisciplinare. L’idea era quella di partire dalle storie dei pazienti per arrivare a quadri teorici di riferimento più ampi e articolati».

Chairman del convegno accreditato è stato il Dott. Vincenzo Spigonardo, psichiatra ed etnopsichiatria dell’Ospedale “Ai Colli” il quale ha spiegato come «l’incontro con il sacro e le sue rappresentazioni, in particolare quelle legate al demoniaco e alle metafore del male, è stato un momento essenziale nell’itinerarium mentis. La comprensione e la cura delle psicosi schizofreniche è passata attraverso la comprensione di mondi interiori apocalittici, dove progetti di vita sono letteralmente sostituiti da progetti di morte, e dove i vissuti di dominio da parte di immagini sacre (tipicamente nella loro accezione demoniaca) non possono essere ridotti a meri sintomi di una psiche malata ma devono essere letti come simboli della condizione umana che il paziente vive, una condizione antica quanto l’uomo. Se da un lato la medicina occidentale, a seguito dello sviluppo delle scienze bio-mediche, ha perso il rapporto con tutto ciò che di sovra-umano, di sacro, comportano la malattia e l’esperienza del dolore nel loro insieme, dall’altro la psichiatria transculturale, confrontandosi con persone provenienti da altre cornici culturali, ha riscoperto la vitalità del Sacro all’interno delle visioni di malattia e di cura che i pazienti stranieri portano con sé. Tali visioni si manifestano attraverso il rapporto con i guaritori e marabut, con i djinn (spiriti) che popolano il deserto o mediante le preghiere che accompagnano l’assunzione di erbe medicinali o di farmaci».

L’intervento di Padre Giuseppe Barzaghi o.p., Docente di filosofia teoretica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna, ha posto invece l’accento sulla differenza cruciale tra il significato della parola sacro e quella di santo. Padre Barzaghi esplora l’etimologia delle due parole, spiegando come sacro e santo abbiano in comune la radice etimologica (nella lingua latina sanc-), ma abbiano significati molto divergenti. Se sacro vuol dire ciò che è separato dall’uso comune, santo vuol dire, invece, ciò che è unito al Dio, perciò divino. Il docente sottolinea l’importanza di recuperare tale distinzione nell’ottica di una visione teologica che distingua le due aree tematiche e le loro implicazioni pratiche: un tempo (es.: la preghiera), un luogo (il tempio) o un oggetto (calice) possono essere investiti di attributi sacri e, pertanto, avere funzioni separate dall’uso comune (per es.: nessuno berrebbe dell’acqua benedetta per dissetarsi). Nel termine santo, invece, si articola uno dei più importanti elementi della dottrina cristiana: l’unione dell’umano con il divino, prerogativa della dottrina cristiana.

A seguire, la relazione del dott. Claudio Widmann, analista e didatta ad orientamento junghiano, autore e curatore di saggi di psicologia analitica, apre al tema del sacro come esperienza psichica. «Il Sacro è quel vissuto che i miti di ogni tempo e di latitudine descrivono nella forma più pura e impersonale, quando l’uomo incontra qualcuno dei numi. Da qui il sentimento del numinoso (da omen-ominoso, numen-numinoso). Jung recepisce il concetto di numinoso (con il suo connubio di tremendum e fascinosum) nell’esperienza psichica e procede ad un’articolata riformulazione del sacro e, per estensione, dell’esperienza religiosa all’interno del grande tema della psicologia archetipica. Gli archetipi sono strutture immateriali e assolute, matrici pure e generali di moduli esistenziali ontologici. Precocemente e ripetutamente Jung li paragona agli dei. Gli archetipi sono numi e il numinoso è l’alone psichico che li avvolge. I sintomi psichici possiedono, come il numinoso, il carattere dell’irruzione involontaria e tormentosa, la natura arcana e inspiegabile, l’alterità della cosa altra da me, la potenza che vanifica ogni capacità e che talora conferisce uno statuto speciale a chi ne è investito».

Prima delle conclusioni affidate al Dott. Spigonardo davanti ad una platea di attenti uditori, è stata la volta di Simon Dein, Honorary Professor alla Queen Mary University of London e Honorary Clinical Professor alla Durham University in Spirituality, Theology and Health.

Il Prof. Dein evidenzia come siano numerosi gli studi che supportano l’idea che il rapporto con la dimensione del sacro aiuti chi soffre a contenere i vissuti destrutturanti e disorganizzanti che l’esperienza del dolore e della malattia portano con sé:« Sebbene la religione sia considerato l’ultimo dei tabù della psichiatria (per la sua connotazione irrazionale e per l’assenza di basi empiriche), numerosi studi supportano l’evidenza di come un’appartenenza religiosa migliori la risposta clinica e la sintomatologia di numerose patologie psichiatriche, dalla sindrome ansiosa-depressiva al rischio di agiti autolesivi. Un altro aspetto che i dati epidemiologici mettono in luce è come gli psichiatri e psicologi siano meno religiosi dei loro pazienti e siano, per questo, meno propensi ad includere tematiche religiose all’interno della relazione psicoterapeutica». Ma il Prof. Dein avverte come non sia necessario essere dei religiosi per poter parlare di spiritualità e di come si vive il rapporto con essa.

 

Il convegno si conclude con un obiettivo ambizioso, supportato dall’Ospedale “Ai Colli” e dal Consorzio Colibrì. Una proposta che parte dal ricercatore londinese: l’attivazione nella città felsinea di un Master Universitario in collaborazione con la Queen Mary University dedicato alla relazione tra psicopatologia, religione e interculturalità.

 

 



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